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M5SEuropa

maggio 30, 2017
 

Anche l’Ocse ammette: il reddito di cittadinanza si può e deve fare

traduzione di un articolo pubblicato su Bloomberg dal titolo: “Il reddito di base universale potrebbe funzionare in Italia”.

“Gli schemi di reddito di base (o più comunemente conosciuti come schemi di reddito di cittadinanza) sono spesso considerati infattibili perché troppo costosi. In alcuni Paesi, tuttavia, pagando a tutti i residenti un reddito di base sufficiente per sopravvivere, si potrebbe effettivamente arrivare a un risparmio di budget. Questa è la sorprendente conclusione di un breve dossier presentato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).

L’OCSE ha deciso di contribuire al dibattito sul reddito di base perché un numero crescente di Paesi è disposto a sperimentarlo. Inoltre per i politici di sinistra è diventato una moda e tendono a includerlo nei propri programmi. Due Paesi, Finlandia e Canada, stanno già eseguendo prove su larga scala, e i Paesi Bassi potrebbero seguirli con una sperimentazione che partirà nel mese di settembre. Inoltre, non dimentichiamo che sono in corso anche diversi esperimenti privati.

La bellezza del reddito di base è che racchiude allo stesso tempo l’ideale socialista di eliminare i fattori umilianti della povertà, mentre attira anche i liberali che vorrebbero vedere i governi giocare un ruolo minore nel ridistribuire la ricchezza. I diversi schemi provati possono avere un’anima socialista – come l’esperimento del Canada in Ontario, dove l’importo pagato come reddito di base a una persona è il 50% di quello che guadagnava lavorando – o un’anima liberale, come il tentativo finlandese che si basa sull’idea classica di pagare a tutti i cittadini la stessa cifra mensile. In entrambi i casi non è ancora chiaro se il reddito di base ridurrà l’ansia di perdere un lavoro non desiderato o se nel complesso spingerà la gente a smettere di lavorare. In aggiunta gli esperti non sono certi che la gente preferisca il pagamento di un reddito di base ai sistemi di prestazioni esistenti.

Lo studio dell’OCSE non esplora nel dettaglio queste importanti questioni. Il suo obiettivo primario era solo quello di vedere quali delle diverse nazioni sviluppate possono permettersi uno schema di reddito di base.

L’OCSE ha portato avanti lo studio basandosi su un semplice ventaglio d’ipotesi non ancora realizzate in nessuno degli esperimenti preesistenti. Hanno ipotizzato che il reddito di base debba essere tassato (un modo giusto per pagare meno ai ricchi di quello che si paga ai poveri) e che l’importo al netto delle tasse debba essere uguale al reddito minimo garantito di un Paese – almeno pari a quello che un cittadino senza reddito ha diritto di ricevere nell’attuale sistema sussidi. Nello studio dell’OCSE i sussidi esistenti per alloggio e altri sostegni di base sono lasciati intatti. Inoltre, gli anziani conservano i loro attuali sussidi. Tutti gli altri sgravi fiscali esistenti sono rimossi per finanziare il programma di reddito di base.

È uno schema semplice e trasparente. I ricercatori dell’OCSE hanno provato a simulare il risultato in quattro paesi: la Finlandia, la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna. Alla fine si è rivelato economicamente fattibile in tre di essi.

In alcuni dei Paesi sviluppati, specialmente quelli dell’Europa meridionale, I sistemi di sicurezza sociale sono strutturati in modo atroce. In Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, il 20% della popolazione più ricca riceve più vantaggi sociali e sgravi fiscali del 20% della popolazione più povera. Ciò è solo parzialmente dovuto al fatto che non tutti i sussidi sono destinati ad alleviare la povertà. La complessità burocratica su cui si basano I sistemi dei sussidi spesso contribuisce a creare tale differenza: infatti, le persone più povere si trovano in difficoltà a capire i loro diritti e come ottenerli. C’è da tenere conto anche dell’eredità di decenni di decisioni politiche che beneficiano di vari gruppi di interesse. In un Paese fortemente afflitto da disparità sociali, uno schema di reddito di base può eliminare le ingiustizie di un attuale sistema di sussidi e persino far risparmiare al governo dei soldi. Questo è il caso dell’Italia, dove quasi l’80% delle persone della categoria a basso reddito riceverebbe un vantaggio dal passaggio del sistema attuale ad uno schema di reddito di base – e il reddito di base risulterebbe anche meno costoso del sistema attuale, creando risparmi che potrebbero essere reinvestiti nello schema stesso o utilizzati in qualsiasi altro modo.

Quando si pensa alla ristrutturazione dello Stato sociale durante la progettazione di uno schema di reddito di base, bisogna tener conto anche della sua generosità. Detto questo, i risultati della simulazione dell’OCSE non sono cosi chiari in Finlandia, dove il reddito di base creerebbe alcuni risparmi allo Stato, ma non così tante persone ne trarrebbero beneficio. Oppure in Francia, dove sarebbe necessario un aumento del 2% dell’imposta sul reddito per finanziare il reddito di base, ma il risultato finale porterebbe il tasso di povertà ad essere lievemente più alto di quello esistente prima della ipotetica riforma.

In Gran Bretagna il sistema di sussidi è relativamente ben progettato e generoso, Per questo il sistema OCSE semplicemente non funzionerebbe, richiedendo un aumento delle imposte del 25% e aumentando così il tasso di povertà di circa il 50%.

I numeri derivanti dallo studio dell’OCSE che riguardano il reddito di base sono la grande delusione. In Italia il cittadino riceverebbe solo 158 euro (176 dollari) al mese, un ammontare pari al 21% della somma che delinea la linea di povertà del Paese. In Francia e Finlandia il reddito base arriverebbe solo alla metà dell’ammontare di denaro che delinea il livello di povertà ufficiale. Vivere solo con quel tipo di entrata di denaro è una sfida, e se si vede il reddito base come un’assicurazione per difendersi dalla futura automazione del lavoro, funzionerebbe solo per i lavoratori meno qualificati. Inoltre, in molti Paesi sarebbe politicamente impossibile eliminare totalmente le esenzioni fiscali per finanziare anche questo pur esiguo reddito universale. I francesi, per esempio, non avrebbero bisogno solo di rinunciare all’assegno per l’assunzione di un aiuto domestico, che già non è usato dalla maggioranza dei cittadini, ma dovrebbero rinunciare anche a varie esenzioni per i costi dell’educazione e cure mediche. È difficile immaginare la maggioranza degli elettori della classe media supportare il reddito base, poiché alla fin fine si ridurrebbe a una piccola somma forfettaria di denaro che poi sarebbe sostanzialmente erosa dalle imposte.

Inoltre, I poveri “meritevoli” che ora ricevono sussidi abbastanza elevati protesterebbero veemente contro il reddito base rendendo la sua attuazione politica più complicata. Anche se un governo apprezzasse la semplificazione dei sistemi dei sussidi e di quello fiscale che è la base di questo tipo di riforma, l’indignazione pubblica che tale scelta porterebbe ne renderebbe il costo politico troppo elevato.

Anche se questi problemi non ricevono ancora una risposta in questo studio, non è comunque da ignorare il suggerimento contro-intuitivo del documento OCSE. Infatti, secondo questo studio, i Paesi che si ritenevano meno capaci di finanziare uno schema di reddito di base invece sarebbero quelli che ricaverebbero un beneficio a finanziarne uno. Riformare un sistema di sicurezza sociale disfunzionale e consolidato come quello dell’Europa meridionale è un labirinto in cui molti ambiziosi leader politici si sono persi. Chiunque cerchi di tagliare questo nodo gordiano con una proposta di un reddito di base potrebbe risolvere un problema ed ottenere allo stesso tempo un ampio supporto politico, molto più di quanto i politici di questi Paesi osano ad oggi immaginare”.





 
 

 

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